Un vaccino peptidico potrebbe aprire una nuova strada per il trattamento del tumore polmonare non a piccole cellule (Nsclc) in fase avanzata. È quanto emerge dallo studio di fase 2 Combi-Ted, presentato il 21 ottobre 2026 a Madrid nel corso del Congresso della Società Europea di Oncologia Medica (Esmo), che ha valutato l'efficacia di un nuovo approccio immunoterapico in pazienti con malattia avanzata dopo il fallimento delle terapie precedenti.
La ricerca, condotta su 106 pazienti, ha mostrato risultati incoraggianti in termini di sopravvivenza quando il vaccino è stato combinato con la chemioterapia o con l'immunoterapia. In particolare, la sopravvivenza a un anno è risultata pari al 47% nei pazienti trattati con il vaccino associato alla chemioterapia (docetaxel) e al 46% in quelli trattati con il vaccino associato all'immunoterapia (nivolumab). In entrambe le combinazioni, la sopravvivenza è risultata sensibilmente superiore rispetto al 29% registrato nei pazienti trattati con la sola chemioterapia, attualmente lo standard di cura in questa fase della malattia.
Il tumore al polmone rappresenta la principale causa di mortalità per cancro in Italia. Nel 2025 sono state registrate 43mila nuove diagnosi. Tra le diverse forme della malattia, il tumore polmonare non a piccole cellule (Nsclc) è il più comune, rappresentando circa l'85% dei casi. Nelle fasi avanzate della malattia, soprattutto quando le terapie mirate e l'immunoterapia non risultano più efficaci, le opzioni terapeutiche sono limitate e la chemioterapia tradizionale resta lo standard di cura, pur con risultati spesso modesti.
Il nuovo vaccino, sviluppato dall'azienda biotecnologica francese Ose Immunotherapeutics, è composto da dieci brevi frammenti di amminoacidi, noti come peptidi, selezionati da antigeni tumorali. Questi peptidi hanno la funzione di "insegnare" al sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. Destinato a pazienti Hla-A2 positivi, il vaccino è stato testato in combinazione con diverse terapie standard per valutare il suo impatto sulla sopravvivenza e sulla risposta clinica.
Il primo autore dello studio è Federico Cappuzzo, direttore dell'Oncologia Medica 2 dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione Ricerca Traslazionale (FoRT). «Il farmaco agisce come un vero e proprio addestratore molecolare del sistema immunitario, perché aiuta i linfociti T a identificare le cellule tumorali e a combatterle», ha spiegato Cappuzzo.

