Il 4 novembre segna una data storica per la medicina dei trapianti. Al Policlinico Sant'Orsola di Bologna è stato eseguito, per la prima volta al mondo, un trapianto di rene utilizzando un innovativo farmaco anti-rigetto. Il protagonista è Roberto Mazzotti, 55 anni, pizzaiolo di Ravenna, diventato il “paziente zero” di questa rivoluzionaria terapia, come riporta Repubblica. A distanza di pochi giorni, anche Maria Chiara Negri, 56 anni, educatrice, ha ricevuto con successo un rene grazie allo stesso protocollo. A raccontare l’eccezionale vicenda è il professor Gaetano La Manna, direttore del Centro Trapianti del Policlinico Sant'Orsola, ai microfoni di SkyTg24.

I due pazienti condividevano un destino comune: anni di dialisi e un’immunizzazione tale da rendere praticamente impossibile trovare un donatore compatibile. Mazzotti aveva già subito un trapianto nel lontano 2012, fallito dopo appena 48 ore, e da allora la sua vita si era trasformata in un viaggio tra ospedali e dialisi. Negri, invece, ha trascorso 14 anni collegata alle macchine, senza mai perdere la speranza.

Un nuovo farmaco che cambia le regole

Il problema principale di entrambi era l’iperimmunizzazione: i loro organismi producevano una quantità enorme di anticorpi che rendevano impossibile accettare un organo estraneo. "Siamo riusciti con questo farmaco a rimuovere le cellule che producono gli anticorpi che fanno il rigetto", spiega La Manna. Per la prima volta, un anticorpo bispecifico, il Cizutamig, sviluppato dalla biotech Candid Therapeutics, è stato in grado di desensibilizzare i pazienti, permettendo loro di ricevere un rene da un donatore vivente, rispettivamente il fratello di Mazzotti e il marito di Negri. "È stato come resettare il loro sistema immunitario", aggiunge il professore.

La vita dei due pazienti è cambiata radicalmente. "Mi ha cambiato totalmente la vita", racconta Mazzotti. "Ora sto bene, senza dialisi è completamente un altro mondo", gli fa eco Negri, che ora può dedicarsi ai nipoti e a una vita normale.

Il farmaco, ancora in fase sperimentale, è studiato anche per altre malattie legate alle cellule produttrici di anticorpi, aprendo scenari promettenti per il futuro della medicina dei trapianti e non solo.

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